Il bello dei millenials? Spesso non sanno di esserlo

3 aprile 2017 - 11:26, by , in News, Comments off

fonte:ilsole24ore.com 

Abbiamo letto tantissimo su questa nuova generazione nata dopo il 1982, abbiamo studiato e abbiamo analizzato al dettaglio quali sono le loro preferenze, quali sono i drive professionali, come motivarli e farli rimanere nelle nostre aziende. Sono stati coinvolti università e centri di ricerca accreditati. Fior di società nel mondo del business hanno modificato le loro strategie per colpire questa generazione. Tutti, insomma, a tentare di incanalare questa generazione all’interno di parametri che siano intellegibili e comprensibili. Ma c’è un problema: i millennials hanno un approccio alla vita e al lavoro profondamente diverso dai loro genitori, soprattutto rispetto a coloro che hanno più di 40 anni e fanno parte di quella generazione nata negli anni ’70, cresciuta dopo i rivoluzionari anni ’60, ma senza quella ricchezza tipica degli anni ’80. E la cosa più stupefacente è che i millennials, spesso, non sanno di esserlo. Allora proviamo a incasellare in parametri ben precisi persone che, a quella categoria, non sanno neanche di appartenere.

Mi sono trovata più volte a dover spiegare che all’interno del mondo professionale – e specialmente in ambito human resources – ci sono tonnellate di ricerche che li riguardano. E che queste ricerche hanno evidenziato un fondamentale scostamento nei valori rispetto alle generazioni che li hanno preceduti. I millennials – ad esempio – pongono i soldi solo al quarto posto dei valori ricercati. Per loro vivere bene, con una visione di medio-lungo periodo in una azienda che investe su di loro attraverso la formazione, pesa molto di più dei soldi e del far carriera. Una visione che – se guardiamo con attenzione – combacia perfettamente con quanto dicevamo prima: non sanno di essere una categoria tanto importante da studiare. A loro non interessa ai fini professionali, non interessa andare in contrasto, non interessa, a volte, l’opinione altrui. Soprattutto se riguarda loro. E questo ha nel loro caso un grosso vantaggio: non sono cosi facilmente influenzabili. Hanno un motore interno fortissimo.

Da un punto di vista manageriale, invece, il risvolto della medaglia sta proprio in questa non-conoscenza di se stessi. Una non-conoscenza che li rende più difficili da gestire da parte dei loro manager, soprattutto se anagraficamente più anziani di loro. Il non sapere di essere “ inquadrati” e “studiati” in modo cosi approfondito lascia loro molto spazio di manovra. L’approccio professionale dei millenials, quindi, rimane puro e senza secondi fini; anzi si stupiscono e vogliono sapere di più quando li si incanala nelle diciture ufficiali. Un inquadramento che di norma non gradiscono, a meno che non permetta loro di ricevere più rapidamente informazioni interessanti.

Renderli partecipi di questa classificazione non cambia però il loro modo di porsi. Il non avere una visione chiara a medio termine – che vuol dire 5 anni e non i 20 dei loro genitori – li rende più instabili e alla ricerca continua di nuovi stimoli. Il non riuscire ad avere propri spazi personali sta costringendo le aziende a creare ambienti di lavoro che sembrano sempre più luoghi di non lavoro: niente muri, niente scrivanie per la vita, tante zone informali e tanti spazi di condivisione. Tutto questo per farli sentire a casa. Sebbene non sappiano di esserlo restano comunque millenials e, forse, per gestirli e lavorare con loro al meglio non servono classificazioni. È molto più utile, credo, spendere del tempo per conoscerli più a fondo.

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